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GESTO DI UMILTÀ O...? [h=1]Vaticano, Papa Francesco lava i piedi ai detenuti islamici: la foto simbolo della nostra sottomissione[/h]
30 Marzo 2018

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Dovremmo levarceli dai piedi e invece laviamo loro i piedi. Ennesima testimonianza della nostra sottomissione, o meglio genuflessione, ai musulmani. Ancor più clamorosa se avviene in occasione di una festività cristiana, e se rivolta a individui che, a voler usare un eufemismo, non sono proprio degli stinchi di santo.
Il Papa, tuttavia, sorvola su queste contraddizioni e ieri, in occasione della tradizionale messa in Coena Domini del Giovedì Santo, si è recato nel carcere di Regina Coeli per praticare il rito della lavanda dei piedi a 12 detenuti, dei quali otto stranieri e due islamici.
Forse tutto rientra nel suo essere un «prete di strada», vicino agli ultimi, come Francesco ha detto ieri durante la messa crismale. Nondimeno non si comprende la ratio che porta il massimo rappresentante della Chiesa cattolica a omaggiare il multiculturalismo e il sincretismo religioso durante un rito cristiano.

Subordinazione - Non ci sono precedenti nei Vangeli a supportare il suo gesto: Gesù lavò i piedi a discepoli i quali erano tutti ebrei e futuri testimoni del cristianesimo. Si fece umile tra gli umili, ma in una chiave tutta metafisica, all' insegna del messaggio «gli ultimi saranno i primi», non certo in una logica di riscatto sociale o di integrazione culturale.
Alla pari non si comprende perché il Papa debba inginocchiarsi davanti a musulmani che molto spesso, come raccontano le cronache recenti, finiscono in carcere perché sospettati di terrorismo o in quello stesso carcere si radicalizzano. Gli islamici arrestati in questi giorni in Italia, da Torino a Foggia a Caserta, aspirano a «sgozzare i miscredenti» e a «tagliare i genitali agli infedeli», seminano frasi di odio e vorrebbero vedere i cristiani martirizzati, magari crocifissi come capitò a Cristo.
Non si sognerebbero di inginocchiarsi davanti a un altare, di farsi un segno di croce o per le meno di rispettare la nostra fede e il nostro diritto a credere in un altro Dio. Anzi, non vedono l' ora di schiacciarci sotto i loro piedi, di «tagliare mani e piedi» agli infedeli, come recita il Corano, di sostituire la nostra Pasqua con i loro digiuni e rimpiazzare il nostro «Cristo è risorto» con il loro «Allah è grande».



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E noi, per tutta risposta, ci prostriamo davanti a loro, in direzione della Mecca magari, per non offenderli, coinvolgerli nella nostra festa, o ancora peggio per umiliarci e chiedere scusa se ci permettiamo di celebrare ancora la Pasqua in una terra che oggi si chiama Italia ma che presto sarà ribattezzata Italistan. E addirittura lasciamo che a compiere questo gesto di subordinazione sia la nostra suprema autorità spirituale, il Papa.
Potremmo cogliere in questo atteggiamento il simbolo di una resa definitiva, di una capitolazione, il manifesto esemplare di un cristianesimo soccombente. La logica sottintesa, lo sappiamo, è l' intenzione di mostrare la nostra disponibilità al dialogo, al confronto con le altre culture e religioni.
Dovrebbe essere un modo per accattivarci le loro simpatie, per rabbonirli, per fraternizzare con loro, per ricevere la loro benevolenza offrendo la nostra misericordia.

Rialzare la testa - E invece si ottiene l' effetto contrario. Quanto più ci mostriamo arrendevoli, tanto più saranno pronti a colpirci; quanto più chiniamo il capo, tanto più saranno in grado di mozzarcelo; quanto più saremo fragili e remissivi, tanto più diverremo obiettivi sensibili. Ci vorrebbe, al contrario, un cristianesimo trionfante e militante, per lo meno in senso spirituale, per fronteggiare la minaccia islamista; un credo che ridiventi sostanza e orizzonte della nostra civiltà, cemento tra i popoli e loro guida comune, insieme radice e destino d' Europa. Solo così sapremo trasformare il Venerdì Santo del nostro martirio (e di quello di tanti cristiani trucidati in Medio Oriente) in una Pasqua di Resurrezione. Annunciando che Cristo è risorto e, solo grazie a lui, può rinascere l' ormai morente civiltà occidentale, Chiesa cattolica inclusa.

di Gianluca Veneziani
 

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