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Cannabis, con il decreto sicurezza si perdono 22 mila posti di lavoro e 2 miliardi
Storia di Leonardo Fiorentini
• 2 ora/e•
3 min di lettura
Il Ddl sicurezza arriverà in aula al Senato martedì 15 aprile con un testo che, vista la mancata copertura di alcune norme, sarà necessariamente diverso da quello approvato a settembre scorso dalla Camera. L’esame è stato contingentato nei tempi, così il voto pare già possibile il giorno successivo. Il ritorno a Montecitorio è però certo: una porticina aperta anche per altre possibili modifiche del testo, ormai feticcio della destra al Governo.
All’interno della maggioranza sembra si siano aperti spiragli per minimi emendamenti necessari a evitare le perplessità del Quirinale. In particolare, ci dovrebbero essere modifiche almeno sul carcere per le donne incinte, le schede sim per i migranti irregolari e la resistenza passiva assimilata alla rivolta carceraria. Quali saranno le compensazioni promesse a Salvini in cambio delle modifiche in aula, lo vedremo presto. Forse a partire dallo scudo penale per le forze dell’ordine. Al momento nessuno spiraglio sull’art. 18, quello che criminalizza le infiorescenze di canapa industriale. Un intervento puramente ideologico, già discutibile nel merito oltre che nell’applicabilità (l’Unità del 12 settembre 2024) e che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per una delle più promettenti filiere agricole del nostro paese.
Il Rapporto di Canapa Sativa Italia
Ieri, infatti, è stato divulgato il rapporto “Cannabis Light Policy. Stima dell’impatto economico e proposte di regolamentazione per il mercato della canapa ad uso inalatorio” realizzato da MPG consulting per conto di Canapa Sativa Italia – CSI. Lo studio è un contributo prezioso, che analizza le diverse componenti della filiera economica della cannabis light in Italia e individua due modelli di distribuzione. Quello libero con vendite in negozi specializzati, e-commerce e tabaccai – come succede oggi – e uno affidato al monopolio e quindi limitato alle tabaccherie. L’impatto economico dei due modelli è molto diverso. Secondo i ricercatori la domanda italiana di cannabis light “ha un valore stimato di quasi un miliardo di euro e contribuisce alla creazione di almeno 12.500 posti di lavoro direttamente collegati alla filiera, quasi 10.000 sarebbero invece i lavoratori a tempo pieno dell’indotto”.Considerato appunto anche l’indotto generato dalla filiera in un modello aperto “l’impatto complessivo sull’economia nazionale ammonta ad almeno 1,94 miliardi di euro, con la generazione di un minimo di 22.379 posti di lavoro e un gettito fiscale di almeno 364 milioni di euro”. Lo studio approfondisce il caso nel quale il comparto fosse invece affidato al Monopolio di Stato. In questo scenario alternativo “il giro d’affari che verrebbe perso tra impatto diretto e secondario si attesta ad oltre 1.4 miliardi di euro”.Anche l’occupazione complessiva passerebbe a sole 6.000 unità. Numeri che rendono l’idea dell’impatto economico che avrà questo provvedimento, e non solo nei confronti delle famiglie che lavorano direttamente nelle aziende coinvolte, e non solo quelle legate ai prodotti da inalazione oggetto di studio. La criminalizzazione delle infiorescenze di canapa colpirà anche le aziende alimentari, erboristiche e cosmetiche che non potranno più lavorare in Italia infiorescenze coltivate in Italia. A tutto vantaggio delle aziende dell’Unione Europea che potranno continuare a produrre altrove ed esportare in Italia. Un regalo sia ai produttori stranieri che al mercato illegale, che in questi anni la cannabis light ha dimostrato di poter drenare.
Un comparto che potrebbe invece consolidarsi grazie ad una maggiore chiarezza normativa. Questo permetterebbe anche la valorizzazione delle produzioni nazionali di qualità, paragonabili secondo gli analisti a quelle di vite e luppolo. Disciplinari di produzione, tutela di coltivazioni locali e lavorazioni artigianali, permetterebbero di custodire e promuovere un patrimonio di conoscenze e prodotti “made in Italy”. La strenua opposizione al provvedimento, sia dentro che fuori dal Parlamento, è stata capace di far ritardare per mesi una proposta che è lo specchio normativo di quel delirio securitario che il nostro paese sta attraversando da troppi anni. La Rete No DDL Sicurezza – A Pieno Regimeha annunciato una mobilitazione per i giorni del voto per respingere “l’attacco autoritario alla nostra democrazia”. Una mobilitazione che deve essere unitaria e trasversale per contrastare norme che non sono solo “il più grande attacco al diritto di protesta della Storia repubblicana” come denunciato da Antigone,ma colpiscono anche i diritti economici e sociali di migliaia di imprese.
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