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[h=1]Bruciata viva nella scuola islamica perché ha denunciato il preside per molestie[/h] [h=2][/h]
Il 6 aprile scorso, giorno degli esami finali, era stata attirata sul terrazzo e lì un gruppo di persone con indosso un burqa le aveva dato fuoco, tentando di far apparire la morte della ragazza come un suicidio

Aurora Vigne - Mer, 29/05/2019 - 16:10
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Bruciata viva perché ha denunciato il preside della sua scuola islamica per molestie sessuali.
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E così sedici persone, tra cui il preside, sono state incriminate in Bangladesh con l'accusa di aver ucciso, bruciandola viva, una 19enne.

Secondo la polizia, sarebbe stato il preside, Siraj Ud Doula, ad aver ordinato, dalla prigione nella quale era stato rinchiuso dopo le accuse e dopo che la giovane aveva rifiutate di ritirarle, uccidere Nusrat Jahan Rafi. Che è stata cosparsa di cherosene e bruciata viva sul terrazzo della sua scuola il 6 aprile scorso.

Si è trattato di un vero e proprio "piano militare", hanno detto le autorità, riferendosi ai preparativi per uccidere la ragazza, omicidio che aveva scatenato forti proteste in tutto il Paese. Nusrat aveva denunciato il 27 marzo scorso il preside, che l'aveva convocata nel suo ufficio, toccandola in maniera inappropriata. L'uomo era stato immediatamente arrestato, ma, dinanzi al rifiuto della 19enne di ritirare le accuse, era scattato il piano per farla fuori.
[h=3]La ricostruzione[/h]
Il 6 aprile scorso, giorno degli esami finali, era stata attirata sul terrazzo e lì un gruppo di persone con indosso un burqa le aveva dato fuoco, tentando di far apparire la morte della ragazza come un suicidio. Ma Nusrat, sopravvissuta per qualche giorno con ustioni sull'80% del corpo, dal letto dell'ospedale era riuscita a raccontare le circostanze dell'incidente prima di morire il 10 aprile.

Tra gli incriminati, oltre al preside della scuola religiosa di Feni, circa 160 chilometri dalla capitale Dacca, ci sono alcuni studenti e due politici locali del partito di governo Awami, che avevano un incarico nel consiglio della madrassa e che hanno negato il loro coinvolgimento, mentre in 12 hanno confessato. Rischiano la pena di morte.


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