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Roma, mazzette e agenti infedeli: ecco il sistema per far entrare la coca a Fiumicino
La vicenda della Dama Bianca Francesca Gagliardi, fermata allo scalo romano con un trolley 24 chili di droga, è solo l'ultima di una lunga serie di storie che hanno come protagonisti poliziotti e finanzieri corrotti dai boss, che in cambio di mazzette fanno entrare in Italia cocaina dal Sudamerica

di Luca Teolato | 7 luglio 2014

La vicenda della Dama bianca, al secolo Francesca Gagliardi, arrestata lo scorso 13 marzo mentre cercava di fare uscire dall’aeroporto di Roma Fiumicino 24 chilogrammi di cocaina (leggi) stipati in un trolley ha contribuito ad alzare il velo sui traffici internazionali di droga che hanno come palcoscenico l’hub romano e come protagonisti agenti e militari infedeli che, in cambio di un fiume di denaro, riescono a intercettare i carichi di droga direttamente sulle piste di atterraggio per poi portarli fuori eludendo tutti i controlli.

E’ un vero e proprio sistema quello descritto da Callari, un’organizzazione che si serviva, come si legge nei verbali d’interrogatorio, “anche di altri scali nazionali tra i quali Bologna e Malpensa”. Il maresciallo dopo l’arresto decide di liberarsi la coscienza disegnando alla perfezione il quadro in cui si muovevano lui e i colleghi, i destinatari, i quantitativi e le frequenze di questi “lavoretti”, come li chiamava Cesare Bove, l’ispettore della Polaria deus ex machina dell’organizzazione che riusciva a far uscire dall’aeroporto di Fiumicino anche 80-90 chili di cocaina purissima con una singola consegna.

La “gola profonda” Callari è stato trovato morto qualche settimana prima dell’arresto della Gagliardi, ufficialmente un suicidio, anche se aveva fatto richiesta di essere inserito tra i collaboratori di giustizia vista la mole d’informazioni che aveva dato. Dai verbali di interrogatorio di Callari si deduce che il sistema era già collaudato da tempo e che era relativamente facile portare decine di chili di cocaina purissima, stipati nei trolley, fuori dall’aeroporto eludendo qualsiasi controllo.

E la criminalità organizzata destinataria dei carichi di cocaina supportava al meglio la banda dei cinque “infedeli” fornendo cellulari “usa e getta” a prova d’intercettazione per permettere una comunicazione sicura tra finanzieri e poliziotti corrotti durante le operazioni, inviando le foto dei bagagli da prelevare ai nastri o direttamente sulla pista d’atterraggio e pagando profumatamente i corrieri in divisa: una media di 7–8 mila euro per ogni chilo di cocaina portato fuori dall’hub romano.
 

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