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COLPO DI STATO COMUNISTA.

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Niente rinvio sulla Gregoretti: voto su Salvini il 20 gennaio

Fallito il blitz della maggioranza: la Giunta per le Immunità dovrà esprimersi a soli sei giorni dal voto per le Regionali

Angelo Scarano - Ven, 17/01/2020 - 12:54






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E adesso il colpo di scena c'è tutto: le mosse della maggioranza per rinviare il voto sulla Gregoretti non sono servite, si vota il 20 gennaio. Insomma 6 giorni prima del voto alle Regionali ci sarà il voto sull'autorizzazione a procedere in Giunta sul caso Salvini.



Questa mattina è arrivato il via libera alla Giunta per le immunità del Senato: lunedì prossimo, 20 gennaio, potrà riunirsi per votare sul caso Gregoretti, sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania. Lo ha stabilito la Giunta per il Regolamento che ha prima sancito la perentorietà dei termini entro i quali la Giunta deve esprimersi e ha poi concesso - con il voto decisivo del presidente Elisabetta Casellati - una deroga ai 30 giorni, in scadenza oggi, in virtù della prima applicazione della decisione e dell’assenza di due componenti della Giunta, Pietro Grasso e Mario Michele Giarrusso in missione con la commissione Antimafia negli Stati Uniti. Insomma il dado è tratto: Salvini affronterà il voto in Giunta poco prima del voto decisivo delle Regionali. Infatti da qualche giorno i giallorossi con diversi espedienti avevano cercato di rinviare questo appuntamento probabilmente per non fornire un assist al leader del Carroccio da spendere nell'ultima (cladissima) settimana di campagna elettorale.
Salvini comunque non teme l'esito del voto e nemmeno un eventuale processo: "
Se vogliono processarmi vado in tribunale a testa alta, perchè bloccare gli sbarchi e difendere i confini e l’onore del mio Paese è la mia ragione di vita. Quindi - ha aggiunto Salvini - se pensano di farmi paura, di farmi fuori usando i tribunali, hanno trovato la persona sbagliata. Io non mollo mai".
I Cinque Stelle avevano calcato la mano quando è partito l'iter sulla Gregoretti sperando di indebolire il leader della Lega. Ma adesso questo pressing per un procedimento a carico di Salvini si sta trasformando in un vero e proprio boomerang. Evidentemente la maggioranza ha fatto male i conti col calendario. La data era stata votata in Giunta all'unanimità. Poi le richieste di modifica che però non hanno portato al risultato sperato. L'ex titolare del Viminale attenderà l'esito del voto nella giornata del 20 gennaio mentre sarà totalmente immerso nella campagna elettorale per l'Emilia Romagna. In questo modo potrà capitalizzare al massimo la decisione della Giunta anche negli ultimi sette giorni che portano al voto. Insomma, già il 20 gennaio la maggioranza, sempre più debole, si gioca una fetta del suo futuro. Dopo il risultato del voto è scattata la protesta della maggioranza contro la Casellati: "La presidente del Senato Casellati alla fine ha gettato la maschera: ha votato insieme alla destra per convocare una Giunta per le elezioni (che dovrà decidere sulla richiesta della magistratura contro Salvini) lunedì 20 gennaio, una Giunta illegale, convocata contro il regolamento e contro il buon senso. È un fatto molto grave, la presidente del Senato da oggi non è più considerabile carica imparziale dello Stato, ma donna di parte", ha affermato il dem Marcucci. Ma il centrodestra difende il suo ruolo: "Non ci sono stati colpi di mano da parte del presidente Casellati ma semplicemente una decisione che non è piaciuta alla maggioranza, assunta tuttavia nella più totale correttezza", ha commentato il forzista Lucio Malan.


VEDIAMO QUANTI SONO IN GRADO DI SCENDERE IN PIAZZA.
 

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"Con l'immigrazione fuori controllo la Francia rischia la guerra civile"

L'ex capo dei servizi segreti esterni di Parigi denuncia come l'immigrazione incontrollata ha cambiato il volto delle città francesi. E denuncia la "complicità" di media e istituzioni che "banalizzano" i crimini commessi da migranti e musulmani

Cristina Verdi - Ven, 17/01/2020 - 13:40






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Il bilancio dell’integrazione in Francia, quindici anni dopo la rivolta delle banlieue, non è affatto positivo.


A lanciare il suo personale j’accuse alle istituzioni politiche d’Oltralpe è l’ex capo dei servizi segreti esterni Pierre Brochand in uno scritto pubblicato sul sito della fondazione Res Publica. L’ex dirigente non ha dubbi. Se uno scenario simile a quello del 2005 dovesse ripetersi oggi sarebbe necessario "fare appello alle forze armate" per contenerlo. Insomma, il rischio è quello di una "guerra civile", si legge nella trascrizione dell’intervento dell’ex direttore generale della DGSE (Direction générale de la Sécurité extérieure) ad una tavola rotonda dello scorso giugno sul tema “Immigrazione e integrazione”, ampliata nei giorni scorsi dallo stesso autore.
"Le terrazze dei café frequentati dalle famiglie gioiose, spesso di origine italiana, oggi sono occupate mattina e sera da uomini oziosi, con sguardi persi o minacciosi, con cui è meglio non avere a che fare", scrive Brochand raccontando il cambiamento delle città francesi negli ultimi anni. La fotografia che scatta è impietosa:"La maggior parte di loro è impegnata in interminabili conversazioni in lingua straniera nelle ore in cui abitualmente si lavora – continua l’ex funzionario – la sola vera attività si concentra attorno ai grandi supermercati di alimentazione halal, mentre più nascosti ci sono quelli che spacciano". Una situazione che si è cristallizzata portando alla creazione di enclave incontrollate sul territorio della Republique.
"Poi un bel giorno scopriamo che la proprietaria francese del chiosco ha avuto problemi perché si è ostinata a vendere cibo non halal – osserva Brochand nella sua lectio – e soprattutto, un altro giorno scopriamo, con stupore misto a paura, che questo quartiere all’apparenza tranquillo ha visto nascere ed espandersi una delle più pericolose cellule terroriste jihadiste che il nostro Paese ha conosciuto". "Felicemente smantellate – ma, aggiunge – non senza effetti collaterali".
La Francia, secondo l’ex 007, non ha imparato quasi nulla dagli attentati che hanno insanguinato il Paese. Anzi, per non mettere in discussione il totem del multiculturalismo, secondo Brochand, la politica e l’informazione hanno preferito "normalizzare" e "banalizzare" i fatti di sangue in qualche modo connessi con l’immigrazione, compresi gli attentati. Media e politici, per l’ex capo dell’intelligence esterna, avrebbero "incoraggiato un accecamento volontario". Eppure l’immigrazione incontrollata, sottolinea l’esperto, ha creato sacche di "anarchia" nelle principali città francesi.
Quella di Brochand non è una voce isolata. A pensarla allo stesso modo, come ricorda Libero, c’è anche Patrick Calvare. Nel 2016, davanti alla commissione d’inchiesta sugli attentati del 13 novembre a Parigi, l’allora capo della Direzione generale della sicurezza interna francese disse senza mezzi termini che il Paese rischiava di piombare in una "guerra civile". Il rischio, all’epoca, secondo Calvare, era soprattutto di uno scontro tra islamisti e movimenti di estrema destra. Qualche anno più tardi, ad esplodere è stata la rabbia dei gilets jaunes.
 

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