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Frate Indovino

SAN MATTEO evangelista
Matteo era un pubblicano, cioè un esattore delle tasse, mestiere disprezzato dagli ebrei, perché le tasse venivano estorte dai romani oppressori e da persone senza scrupoli. Matteo, chiamato anche Levi, viveva a Cafarnao e un giorno, davanti al suo banco delle imposte passò Gesù. Rispose senza esitazione alla chiamata del Messia e, da quel momento, cambiò la sua vita. Per lui, l’incontro con Gesù, fu davvero un dono e lo seguì fedelmente fino al momento della Risurrezione. Dopo qualche anno dalla morte del Maestro, ebbe l’ispirazione di scrivere ciò che aveva visto e udito. Egli scrisse per i cristiani ebrei e citò con cura i Profeti per far capire come in Gesù si fossero compiute le promesse fatte dal Signore al suo popolo. Il suo è il primo tra i quattro Vangeli, il più ampio e particolareggiato. Non si conosce molto della vita di Matteo. Egli viene celebrato come martire dalla Chiesa, ma probabilmente morì anziano1000015584.jpg.
 
SANT’IGNAZIO DA SANTHIA’ cappuccino
Lorenzo Maurizio Belvisotti nacque a Santhià nel 1686. Di famiglia benestante, era orfano di padre. Egli scelse la vita religiosa, frequentò il seminario e prese i voti. Ordinato prete, fu precettore presso i Conti Avogadro di Casanova, a Vercelli. Gli venne anche assegnata una parrocchia a Santhià, ma egli era ancora alla ricerca della propria strada. La trovò e questa lo condusse nel convento cappuccino di Chieri, a Torino: scelse così di seguire le orme di Francesco, prendendo il nome di Ignazio in quanto devoto di Ignazio di Lojola. La sua capacità di irradiare gioia lo rese popolare e amato. La fama di questo modesto frate si diffuse per la città di Torino, tra i malati e i bisognosi. Egli divenne una figura di riferimento per i poveri e per i potenti. Ogni giorno, scendeva lo scosceso sentiero della collina su cui sorge il convento per percorrere le vie della città e far visita di casa in casa agli ammalati e portare conforto con la sua parola e la sua celebre benedizione. Molti erano coloro che salivano al Monte per avvicinarsi al suo confessionale. Gli ultimi anni della sua vita era completamente trasformato dal Crocifisso che adorava; morì serenamente. Egli era chiamato dal popolo “il Santo del Monte”. Numerosi prodigi sono attribuiti alla sua intercessione1000015617.jpg.
 
SAN PIO da PIETRELCINA cappuccino
Francesco Forgione nacque a Pietrelcina nel 1887 da famiglia contadina. Egli già da bambino riceveva le visite di Gesù e di Maria e vedeva i demoni e gli angeli. Consacrato sacerdote nell’Ordine dei frati Cappuccini, prese il nome di Pio. I primi anni fu costretto a rientrare nella casa paterna, perché una malattia fece presagire la sua fine. Ripresosi, fu trasferito nel Convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, dove iniziò il suo apostolato del confessionale. Un numero indecifrabile di uomini e donne, da ogni dove, accorrevano per essere ascoltati dal frate, perché i loro peccati fossero lavati. Era il suo ministero, ricondurre le anime a Dio e, per tutte le ore passate nel confessionale, attingeva la forza dalla preghiera e dall’altare. Per assolvere a questo impegno, padre Pio patì sofferenze fisiche e morali. Il 20 settembre 1918, il cappuccino ricevette le stimmate della Passione di Cristo che rimasero aperte, dolorose e sanguinanti pe cinquant’anni. Padre Pio fu visitato da molti medici, subì incomprensioni e calunnie per le quali tollerò ispezioni canoniche. Egli si considerava “figlio dell’obbedienza” e sopportò tutto con serafica pazienza. Venne anche sospeso “a divinis” dall’esercizio dei ministeri (aveva il permesso di celebrare la santa messa a porte chiuse). Solo dopo alcuni anni, prosciolto dalle accuse calunniose, venne reintegrato nel suo ministero sacerdotale. La Vergine è il centro della spiritualità di Padre Pio, il segreto della sua santità. Ella era il suo rifugio e la sua protezione contro gli attacchi del demonio, che subiva costantemente. Fondò i “Gruppi di preghiera” per far pregare e far recitare il santo Rosario. Egli stesso, durante il giorno e la notte sgranava sempre la corona del Rosario. Esortava i suoi figli spirituali a pregare il Rosario e a imitare la Madonna nelle sue virtù quotidiane, quali l’umiltà, la pazienza, il silenzio, la purezza, la carità. A Lei dedicò la “Casa Sollievo della Sofferenza”, l’ospedale che realizzò per sollevare i dolori e le miserie, ponendo la sua fiducia nella divina provvidenza, perché arrivassero gli aiuti necessari. Il suo testamento spirituale fu: “Amate la Madonna e fatela amare. Recitate sempre il Rosario”. Chiuse gli occhi il 23 settembre 1968, e come gli era stato predetto dal Signore, le stimmate scomparvero. Grande fu la devozione che i fedeli subito espressero verso di lui, considerandolo già santo nei loro cuori, uno dei santi più amanti nel mondo.1000015635.jpg
 

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