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I legami tra Coop e clan

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[h=1]I legami tra Coop e clan[/h] [h=2][/h] A svelare tutti i rapporti con i casalesi è stato il collaboratore di giustizia Antonio Iovine che, con Zagaria, era a capo dell'organizzazione



Monica Serra - Ven, 03/07/2015 - 16:00









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Risale al 2000 l’accordo tra la dirigenza della Cpl Concordia e il clan dei Casalesi. Con l'intermediazione di Antonio Piccolo, imprenditore ma soprattutto "espressione" della fazione capeggiata dal boss Michele Zagaria.
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A rivelarlo sono le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che hanno portato all'esecuzione di otto misure cautelari, alcune delle quali nei confronti di vertici della cooperativa modenese.

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A dare impulso alle indagini le rivelazioni del collaboratore di giustizia Antonio Iovine che, con Zagaria, era a capo dell'organizzazione.
Le opere per la metanizzazione nel cosiddetto Bacino 30 hanno riguardato sette comuni: Casal di Principe, Villa Literno, Casapesenna, San Cipriano d'Aversa, Villa di Briano, San Marcellino e Frignano.
A causa di pesanti intimidazioni, l'azienda concessionaria, la "Consorzio Eurogas" fu estromessa e costretta a cedere la concessione a titolo gratuito in favore della Cpl Concordia. Il tutto accadeva due mesi prima della promulgazione della legge 266/97, con la quale venivano stanziate ingenti risorse pubbliche per la metanizzazione nel Mezzogiorno.
La camorra avrebbe così ottenuto subappalti, con affidamento diretto dei lavori attraverso la lottizzazione e la stipula dei contratti sotto una certa soglia per aggirare la normativa. Le imprese inoltre erano indicate alla Cpl dal clan, come sottolineano gli inquirenti della Dda. Non basta. La Concordia versava una tangente "già inserita dalla Cpl nel prezzo dei lavori, pari a 10mila lire sulle 75mila previste per metro lineare da contratto", ma anche una "grossa fetta dei contributi pubblici pari a circa 23 milioni di euro al netto di Iva".
Gli accordi prevedevano anche l'assunzione nella coop di affiliati al clan, uno dei quali era - evidenzia la Dda - l'autista di Iovine, all'epoca latitante.
Dalle indagini è emerso inoltre che i locali affittati dalla Cpl a San Cipriano erano di proprietà di parenti del boss, ora pentito. Nell'ambito degli accordi tra coop e camorra, su sollecitazione di Piccolo, la Cpl omise di chiedere ai familiari del boss Michele Zagaria il pagamento di 47mila euro per la fornitura di gas.
Le indagini, anche grazie alle intercettazioni raccolte, hanno permesso ai militari del Noe di fare luce sui rapporti tra la coop modenese e imprenditori legati alla cosca casertana. Accordi ai quali non erano estranei gli Schiavone, altra fazione dello stesso clan.
Questo "patto" era noto anche all'ex senatore Lorenzo Diana, icona dell'Antimafia. Secondo quanto sostengono gli investigatori il politico era "consapevole dell'esistenza dell'accordo per l'affidamento diretto" dei lavori di metanizzazione nel Bacino Campania 30 "ad imprese riconducibili al clan dei Casalesi e, quindi, di particolare vantaggio per lo stesso sodalizio mafioso".
Per questo il gip ha firmato per lui un'ordinanza applicativa di divieto di dimora nella regione Campania. Diana avrebbe svolto un "ruolo di assoluto rilievo" nella vicenda relativa alle opere di metanizzazione nei comuni del Casertano rientranti nel Bacino 30. Il suo ruolo, secondo gli inquirenti, di "facilitatore della realizzazione delle opere nel Bacino" si sarebbe tradotto in in "intervento diretto sulla Prefettura di Caserta per quei Comuni compresi nel Bacino e all'epoca sottoposti a commissariamento per infiltrazioni mafiose per ottenere le delibere di approvazione della concessione e dei progetti presentati dalla Cpl, nei tempi previsti per accedere ai finanziamenti pubblici in favore della cooperativa modenese". In particolare, per quanto riguarda il comune di San Cipriano d'Aversa, i lavori sarebbero stati affidati su indicazione dell'allora sindaco Angelo Raffaele Reccia e di Lorenzo Diana "a una società i cui titolari, già politicamente impegnati a livello locale, risultavano legati da vincoli parentali con Reccia", con la finalità per i due politici "di garantirsi il loro appoggio nelle competizioni elettorali e, per l'imprenditore, il vantaggio economico derivante dalla realizzazione dei lavori per un corrispettivo di circa 1 milione di euro".
Infine, nel periodo 2006-2007, il figlio di Diana sarebbe stato assunto dalla Cpl Concordia "con compiti non meglio precisati".
A costare all'ex senatore il divieto di dimora, un falso attestato per consentire al figlio di partecipare ad un corso per dirigenti sportivi, ottenuto grazie all'aiuto dell'avvocato casertano Manolo Iengo, sostituto procuratore federale della Figc.
 

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