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la rabbia dei carabinieri

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Giustizia all'italiana
[h=1]Meduna, arrestati tre criminali in fuga: il giudice li fa liberare, la rabbia dei carabinieri[/h]
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Inseguiti, braccati, intercettati, fermati, salvati e rilasciati. Già, rilasciati. Perché solo in Italia una sequenza simile, avendo come protagonisti tre criminali albanesi noti alle forze dell’ordine, non si chiude con «arrestati», come sarebbe - e dovrebbe, se fossimo un Paese normale - logico attendersi.

No, da noi tornano liberi, come se avessero ottenuto la licenza di rubare e seminare terrore.

Sia chiaro, non certo per colpa delle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro al meglio delle proprie possibilità, ma in virtù di una giustizia sempre più ingiusta, che colpisce gli innocenti e assolve i colpevoli. Come è successo in Veneto.

Tutto ha inizio martedì pomeriggio nel pordenonese, dove la gang di albanesi ha colpito ripetutamente. Stavolta, però, i carabinieri hanno allestito una vera e propria caccia all’uomo, predisponendo una serie di posti di blocco nel punto chiave: il ponte nuovo di Meduna. Ed è qui che la banda di malviventi è stata intercettata. Dopo un rocambolesco inseguimento durato quasi due ore l’auto dei banditi, un’Audi A6 già segnalata alle forze dell’ordine, si è ritrovata circondata da 14 pattuglie ed almeno una trentina di Carabinieri. I predoni, a quel punto, erano in trappola. Ma nonostante l’ingente spiegamento di forze i banditi sono scesi dalla vettura e si sono gettati nelle acque ghiacciate del Livenza. Un tentativo disperato di fuga che poteva essere fatale per i tre albanesi.
I primi due non hanno nuotato a lungo. Mentre la fotoelettrica dei Vigili del Fuoco illuminava la zona, sono stati perlustrati gli argini e i sommozzatori si sono calati in acqua. Poco dopo i due fuggitivi sono stati individuati e trascinati sani e salvi a riva dai sub. I soccorritori hanno provveduto ad asciugarli, per evitare l’assideramento e sono stati sottoposti a accertamenti medici: non avevano neanche un graffio. I Carabinieri li hanno sentiti subito. L’ultimo membro del terzetto è riuscito a raggiungere la boscaglia oltre la riva, ma è stato acciuffato e soccorso come i «colleghi». I tre malviventi albanesi, rispettivamente di 23, 33, e 40 anni, pur essendo noti alle forze dell’ordine, sono già stati rimessi in libertà. Nei loro confronti, su disposizione della Magistratura, non è scattato l’arresto. Tutti e tre sono stati denunciati in stato di libertà per ricettazione e resistenza. I Carabinieri, secondo quanto emerso, li stavano seguendo da giorni dopo il furto dell’Audi a Pordenone. Nell’auto sono stati trovati diversi arnesi da scasso. Da qui lo sconcerto per la decisione delle toghe.
A fornire un reportage in diretta dell’arresto, oltre ai numerosi automobilisti presenti sul ponte dell’accerchiamento dei malviventi, è stato il sindaco del Comune di Meduna di Livenza, Marica Fantuz, che ha postato su Facebook l’intera scena. «Ponte e strade bloccate, centro in apnea, inseguimento a piedi verso il monumento, poi sugli argini e nel fiume», racconta l’amministratore locale sul social network, «con 30 Carabinieri che al buio, in silenzio, con pile e giubbotti anti proiettile, cercano e corrono. In me salgono rabbia e tre speranze: che nessun Carabiniere si faccia male, che riescano a prenderli e che soprattutto giustizia sia fatta». Due speranze sono state esaudite, la terza è andata drammaticamente delusa. E poi uno si chiede perché la gente ha paura.
di Enrico Paoli
La decisione della procura di liberare i tre criminali ha fatto scattare la comprensibile rabbia delle forze dell'ordine. Secondo quanto riportato dal Gazzettino, infatti, i vertici dei carabinieri avrebbero manifestato tutto il loro disappunto per la scelta del procuratore di Treviso di ritenere "insufficienti" gli elementi raccolti dai militari durante la caccia all'Audi nera.
 

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