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ma che bravi signori della legge.

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[h=6]A ROMA[/h] [h=1]«Dottoressa per favore si tiri giù le mutande»
Candidata umiliata al concorso per magistrati
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10561 [h=5]Monica Ricci Sargentini[/h] [h=6][/h]
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A raccontare l’episodio le trema ancora la voce. Per la rabbia. Cristiana Sani, 30 anni, laureata in Giurisprudenza e volontaria in un centro antiviolenza a Massa Carrara racconta alla 27esima ora quello che le è accaduto venerdì 26 gennaio alla prova di concorso per magistrato che si è tenuta a Roma. «Non posso ancora credere che sia successo — dice esterrefatta —. Finché non provi la violenza su di te non capisci del tutto. Mi hanno chiesto di tirarmi giù le mutande due agenti di polizia penitenziaria. E siccome non volevo farlo mi hanno detto: “Dottoressa, ma cos’ha? Il ciclo?”».

Com'è andata esattamente?
«Eravamo in tantissimi al concorso, per le prime due ore dalla dettatura della traccia non ci si può alzare per andare ai bagni, poi solo un settore alla volta. Quando è il mio turno, io mi alzo e vado in bagno. Un poliziotto penitenziario invita le ragazze dietro di me a cambiare fila e usare i servizi all'esterno ma loro preferiscono rimanere dove sono. Allora il poliziotto si sgancia la cintura dove tiene la pistola e dice in tono di sfida: "Bene fatelo voi il mio lavoro". Un atteggiamento che mi è sembrato strano. Poi ha chiamato due poliziotte. Una delle due ha detto: "Avete freddo? Non vi preoccupate adesso ci pensiamo noi a scaldarvi".





E poi è scattata la perquisizione?
«Le poliziotte sono entrate nel bagno con una ragazza e lei è uscita piangendo. Poi mi hanno detto di mettermi in un angolo del corridoio e mi si sono parate davanti. Ero orgogliosa di poter dimostrare che non avevo nulla addosso però la modalità della perquisizione è stata strana. Di solito ti guardano dentro gli stivali, invece qui mi hanno fatto alzare la maglia, slacciare il reggiseno e abbassare i pantaloni. Quando mi hanno chiesto di tirare giù anche le mutande ho preso tempo. E loro hanno detto: "Perché non se le può abbassare dottoressa? Cos'è, indisposta?". Io ho replicato che mi vergognavo. Intanto con la cosa dell'occhio ho visto un'altra ragazza che si stava rivestendo».

Ha continuato la prova?
«Sì sono tornata al banco e ho portato a termine la prova ma ho avuto la sensazione di aver subito qualcosa che non dovevo subire. Mi sono sentita uno schifo».

Su un giornale una fonte del ministero ha insinuato che le abbiano trovato dei bigliettini...
«È falso. Ho portato a termine la prova regolarmente, ho il certificato che lo attesta».

Ma che lei sappia ai candidati maschi è stato riservato lo stesso trattamento?
«No, non ho sentito di colleghi perquisiti».

Una volta a casa, la sera stessa, la ragazza ha denunciato l'episodio su Facebook in un post dal titolo «Dottoressa, si tiri giù le mutande». «Da allora — racconta — mi hanno contattato altre otto ragazze». Ora Cristiana consulterà il suo avvocato: «Di certo presenterò un esposto al Csm e forse anche alla Procura. Coinvolgerò anche le altre. Non credo sia giusto lasciar passare questo episodio sotto silenzio».


[h=5]Solidarietà[/h]
In un comunicato i Centri Antiviolenza della Rete TOSCA hanno manifestato la loro solidarietà alla giovane: «Succede che al concorso di magistratura agenti in divisa abusino del loro potere per umiliare e agire violenza sulle candidate. Succede che una di queste candidate decida di denunciare quanto accaduto e noi vogliamo raccontarvelo per sostenere e supportare lei e tutte le donne che ieri oggi o domani subiranno questo trattamento». La senatrice di LeU, Maria Cecilia Guerra, ha invitato il ministro Orlando ad accertare l'accaduto. «È spropositato che si sottopongano a perquisizioni intime le partecipanti a un concorso, come fossero accertate criminali. Mi auguro dunque che il Ministro Andrea Orlando faccia al più presto chiarezza e prenda le eventuali contromisure, informando l’opinione pubblica sui fatti».
Fabio Roia, il giudice che si occupa dei reati di violenza di genere a Milano, invita la Procura ad intervenire: «Se è andata così — e non c’è motivo di dubitare di una ragazza seria, che fa parte di un’associazione di tutela delle vittime di abusi — deve intervenire la Procura. Esporre le parti intime per un concorso è disgustoso e sproposito.
 

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