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800 orfani salvati

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[h=1]Ritorno a Sciesopoli: l’ex colonia
del Duce che salvò i bimbi dei lager
Ma il palazzo crolla: sos recupero[/h] [h=2]Settant’anni dopo, quindici dei ragazzi di allora si sono dati appuntamento a Selvino, che tra il ‘45 e il ‘48 accolse 800 orfani ebrei: «Qui siamo rinati»[/h] [h=3]di Anna Gandolfi[/h]




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Una camerata a Sciesopoli
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Si può avere paura di un lenzuolo? A Sciesopoli, sì. Naftali Burstein l’ha raccontato ai suoi figli: «Il mio vicino di branda la notte si svegliava urlando. Dopo mesi in strada, credeva di scivolare dalla stoffa pulita». Ma c’era anche chi non diceva nulla. Come Sidney Zoltak, uscito muto da Bergen Belsen: «Sì, per la paura. Ho ricominciato a parlare a Selvino. Sono ricominciate tante cose, a Selvino...». I ricordi e le strade si incrociano su questo altopiano bergamasco. Nel settembre 1945 veniva fondata la Sciesopoli ebraica, settant’anni dopo i «bambini di Selvino» arrivano dai quattro angoli del mondo. Erano orfani, nascosti dai partigiani, liberati dai lager. Qui, dopo la guerra, hanno ricominciato a studiare, avuto assistenza: con Moshe Ze’iri, ufficiale della Brigata ebraica promotore di un progetto unico in Europa, ritrovarono le loro tradizioni. Da Selvino sono passati 800 orfani tra 1945 e 1948.

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[h=5]Ritorno a Sciesopoli[/h]

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Quindici di loro sono in vita: celebreranno i 70 anni di Sciesopoli insieme. Ieri, i primi arrivi. Valigie in albergo e poi via, a sbirciare la colonia, ormai ombra di sé, dal cancellone. «Avevo 6 anni e lo ricordo così, gigantesco. Non è cambiato», dice Nizra Ze’iri, figlia di Moshe. Oggi vive a Londra. A Selvino ha guardato in faccia gli altri. «Sei tu?». Qualcuno sorride. Qualcuno, di nuovo, fatica a parlare. Sciesopoli prende il suo nome da Amatore Sciesa, eroe nazionale. Costruita come centro parastatale per l’élite fascista, la colonia viene requisita dai socialisti nel 1945. È la legge del contrappasso. «La Solel Boneh, compagnia dell’esercito britannico costituita da genieri ebrei, cercava i ragazzi superstiti - ricorda Marco Cavallarin, storico, esperto di ebraismo e profondo conoscitore di questa vicenda -. Ma dove alloggiarli? Si mossero la Comunità ebraica milanese, il Comitato di liberazione, il Comune di Milano. Sciesopoli fu a disposizione».

Nel 1948 il palazzo si svuota: notte dopo notte, i bimbi vengono imbarcati su navi clandestine per il nascente Stato d’Israele. Si sparpagliano. Ma per tutti resta il ricordo di ciò che lo scrittore Aharon Megged ha definito «un castello da fiaba in cui i piccoli si rendevano conto di essere rinati». «Parlavamo yiddish - ha spiegato Sidney Zoltak, emigrato in Polonia -. Dal balcone i fascisti guardavano i balilla: quando lì venne issata la bandiera per l’anafat hadeghel, molti di noi hanno pianto». Domani, nell’auditorium del paese, ci sarà anche un collegamento video con Israele. «Noga non vuole mancare», sorride Cavallarin. Noga Cohen ha 96 anni, a Selvino era insegnante. «Si ritrovano i miei bambini? Devo esserci», ha detto. Lei, maestra e ministro. «Perché, scherzosamente, avevano messo su un governo. Noga? All’Economia. Non si sgarrava». Già, la disciplina. Spiega Nizra: «Se non mangiavo, al pasto successivo il piatto tornava indietro col mio nome sopra».

Sciesopoli era gestita un po’ come un kibbutz, pochi abitanti del luogo la vivevano nel quotidiano. Walter Mazzoleni era il figlio del custode: «Negli occhi i ragazzi avevano terrore, misto a incredulità. La vita ricominciava». Come quella volta della partita di calcio. «Primavera 1946, locali contro ospiti di Sciesopoli. Vinciamo noi. Rivincita, ribaltone. Per festeggiare la colonia dà un banchetto. Era il dopoguerra, noi facevamo la fame. Invece lì carote, carne dall’America. Inutile dirlo: i selvinesi non hanno più vinto una partita». Già in passato qualcuno era tornato. Come Naftali Burstein, nel 2010, da Israele. «Allora - aveva detto ai nipoti - ero solo al mondo, adesso ci siete voi che siete tutto». Era sfuggito a un rastrellamento a Chelm, in Polonia: «Facevo lo strillone, tra i giornali avevo i bollettini di Radio Londra». Oggi Naftali non c’è più. In un video ha raccontato la sua colonia. Quella dove ora i «bambini» si avvicinano, ma solo al cortile. Il palazzo, andato all’asta, è pericolante. I ladri hanno razziato tutto, tranne una cosa: la lastra che elenca i donatori. Il primo: Benito Mussolini, 5 mila lire. Si costruiva la colonia dei balilla. Dove però sono rinati gli orfani dei lager.

26 settembre 2015 | 09:43
 

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