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Frate Indovino

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE
La solennità che si celebra oggi è una congiuntura straordinaria nel mistero dell’Incarnazione: l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria la nascita del Messia. È il miracolo dell’incontro tra divino e umano, tra il tempo e l’eternità. Centralità di questa festa è il Signore che si incarna in Maria. Dio presceglie come Madre di suo Figlio una fanciulla israeliana, della città di Nazareth. Maria è protagonista dell’annuncio che riceve dall’angelo; il Signore è protagonista dell’Annunciazione stessa, Lui che in questa Madre si farà carne. Il Signore è il Redentore, la Vergine la Corredentrice. Il Signore è il piano della Salvezza, la Madre è la “serva di Dio”, umile strumento. La fanciulla di Nazareth sceglie di collaborare e pronuncia il suo “Fiat”, fiduciosa che si compia in questo modo la volontà di Dio su di lei. Grazie a questa innocente fanciulla, Dio diventa storia: è lo storico e miracoloso incontro che sboccerà nella Natività e avrà il suo apice nella Pasqua. E la Vergine Madre in tutti i tempi continuerà a collaborare con lo Spirito Santo, con amore di madre, alla salvezza dei figli di Dio.1000009061.jpg
 
SANTI EMANUELE E COMPAGNI martiri in Anatolia
Il nome Emanuele ha un significato importante, cioè “Dio con noi”, perché etimologicamente indica la venuta di Gesù. Nel Vangelo di Matteo leggiamo: “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”. Emanuele indica, dunque, il Messia che si fa uomo e la sua venuta come tempo nuovo di salvezza e redenzione. Emanuele viene ricordato insieme a Sabino, Quadrato e Teodosio. L’epoca in cui vissero è incerta: si pensa che, originari dell’Oriente, siano vissuti in Anatolia, durante le persecuzioni dei cristiani del terzo secolo. Il primo a morire fu il vescovo Quadrato, che allontanato dalla sua diocesi, fu diffidato a continuare l’opera di evangelizzazione, ma poiché continuò a predicare, a battezzare e ad assistere i fedeli, fu catturato e condannato a morte. Emanuele, insieme a trentanove uomini e donne cristiani, si presentò al governatore della provincia dichiarandosi cristiano. Tutti furono torturati perché rinnegassero la loro fede, non lo fecero e furono messi a morte.1000009097.jpg
 
SAN RUPERTO vescovo
Salisburgo, la bella città austriaca, prende il nome dalle vicine miniere di salgemma: il suo nome significa infatti “città del sale”. Il santo della città è san Ruperto, che discendeva dai conti Robertini o Rupertini, un'importante famiglia che dominava la regione. I Robertini erano imparentati con i Carolingi e la loro attività si svolgeva a Worms, dove Ruperto ricevette una formazione monastico irlandese. Verso il settecento sentì la vocazione per la predicazione e la testimonianza monastica itinerante. Si recò in Baviera e qui la sua predicazione portò frutti. Nella sua opera incontrò l’appoggio del conte Theodo di Baviera, che gli diede un terreno sul lago Waller, dove il monaco fondò una chiesa, dedicata a San Pietro. Ruperto non sentì congeniale questo posto, così chiese al conte un altro territorio nei pressi di Juvavum. Costruì qui un altro monastero intitolato a San Pietro, il più antico di Salisburgo e di tutta l’Austria. Non lontano da questo monastero, fece costruire un monastero femminile, diretto dall’abbadessa Erentrude, sua nipote. Con coraggio, egli fece nascere e crescere la nuova Salisburgo, che considera Ruperto suo rifondatore. Egli era una personalità piena di forza e di sensibilità, capace di affondare le radici nelle profondità dello spirito cristiano.1000009122.jpg
 
SANTI PRISCO E COMPAGNI martiri di Cesarea
Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica riporta il martirio di tre cristiani, avvenuto durante la persecuzione di Valeriano, quindi negli anni 257-258. I tre cristiani sono Prisco, Malco e Alessandro.
«...Dopo che a Cesarea in Palestina in modo splendido avevano confessato Cristo, ebbero l’onore del santo martirio, divenendo preda delle bestie. Erano Prisco e Malco, e il terzo portava il nome di Alessandro. Abitavano essi nella campagna e dapprima si rimproverarono a vicenda di essere ignari e negligenti, perché mentre l’occasione distribuiva agli infiammati di amore divino i premi del combattimento, essi si ritiravano e non andavano a rapire la corona del martirio. Presa da loro una comune deliberazione, partirono per Cesarea, si presentarono dal giudice e trovarono quella fine di cui già si è parlato». Furono infatti dati in pasto alle belve.1000009153.jpg
 
DOMENICA DELLE PALME
I Vangeli narrano che Gesù giunse con i discepoli vicino Gerusalemme e mandò due di loro nel villaggio a prendere un’asina legata con un puledro e a portarglieli. Questo avvenne, perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Esulta figlia di Sion! Ecco, a te viene il tuo re umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina”. La mattina dopo, i discepoli coprirono l’asina con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme. Qui, si era radunata la folla numerosa, avendo sentito che stava arrivando il Messia, stese a terra i mantelli e agitando ramoscelli di ulivo e di palma, rendevano onore a Gesù. E Gesù fece il suo ingresso in Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come un re seduto su un’asina, non su un cavallo simbolo di nobiltà. Certamente, il Messia, atteso come un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Egli scelse un’asina, animale umile, mite, a servizio della gente pacifica e lavoratrice. Quindi, Gesù si mostra un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura.
La liturgia della Domenica delle Palme, inizia in un luogo adatto fuori della chiesa. I fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo le orazioni, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, distribuiti ai convenuti. Dopo la processione che porta in chiesa, si procede con la lettura del Vangelo. L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha un puro valore devozionale, come augurio di pace.1000009178.jpg
 
SAN SECONDO DI ASTI martire
Secondo nacque ad Asti da nobile famiglia e visse durante la persecuzione cristiana dell’imperatore romano Adriano. Era amico del prefetto della città, Sapricio, funzionario scrupoloso nel rispettare ed eseguire le leggi. Secondo fu attratto, ancora molto giovane, dai martiri cristiani e dalla tenacia con cui andavano incontro al martirio. Per conoscere meglio la loro vita e la loro fede cominciò a recarsi in carcere a far loro visita e così fece conoscenza con san Calogero che gli insegnò il messaggio di Gesù. Secondo finì per innamorarsi del cristianesimo e desiderava ricevere il battesimo. Accompagnò l’amico prefetto Sapricio, a visitare in il vescovo Marciano in attesa di processo nel carcere di Tortona. Successivamente, Secondo dovette proseguire per Milano, dove incontrò altri due prigionieri cristiani, i fratelli santi Faustino e Giovita. Faustino lo battezzò e comunicò. Nel viaggio di ritorno, incontrò nuovamente il vescovo Marciano per portargli la comunione. Sapricio fece decapitare Marciano e Secondo ne seppellì il corpo. Questo gesto non fu ben visto da Sapricio, il quale provò a fargli rinnegare la propria fede, ma essendosi Secondo rifiutato fu condannato a sua volta alla decapitazione.1000009225.jpg
 
GIOVEDI’ SANTO – CENA DEL SIGNORE
Oggi si celebra “l’Ultima Cena” che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, nella ricorrenza della Pasqua ebraica. La Pasqua è la solenne festa ebraica, che rievoca le meraviglie che Dio compì nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana. In questa occasione, si consuma l’agnello ed è permesso mangiare solo pane senza lievito, il pane “azzimo”. Durante la Cena, Gesù con gli Apostoli parlò molto, con parole di commiato, di profezia, di promessa, di consacrazione. Col gesto della lavanda diede loro una grande lezione d’amore, perché i discepoli lo dovranno seguire sulla via della generosità totale nel donarsi a tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati, per casta o per cultura, inferiori. Ma quanti gesti e parole inusuali, quella sera, forse non subito compresi. Egli fece il dono più prezioso all’umanità, il Sacramento dell’Eucarestia, che si perpetua in ogni angolo della Terra e come Lui disse: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19) e del sacrificio che ha fatto per la nostra salvezza. Lo sguardo di Gesù era rivolto oltre la sua morte imminente e rassicurava i discepoli: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa... Vi lascio la pace, vi dò la mia pace… Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: vado e tornerò a voi…” (Gv 14,27). Un colloquio di grande suggestione e ricco di emozioni, perché in undici hanno creduto in Lui, veramente Figli di Dio, lo hanno seguito in quegli anni, disposti a proseguire il suo messaggio di salvezza. Ma il tradimento di Giuda si stava consumando e Gesù si ritirò nell’Orto degli Ulivi a pregare. La sua preghiera fu: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mc 14,34).
Inizia così la Passione di Gesù: il rito prevede la reposizione dell’Eucaristia in una cappella laterale delle chiese; tutto viene oscurato in segno di dolore, le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.1000009335.jpg
 
VENERDI’ SANTO – PASSIONE DEL SIGNORE
Oggi, si celebra la “Passione” di Gesù, cioè tutta la vicenda che racconta l’insieme dei fatti umani e storici dolorosi che il Signore visse, fino alla morte in croce. I Vangeli raccontano come Egli si consegnò mite e benevole nelle mani di uomini che fecero di lui quello che volevano: l’”Agnello di Dio” ha preso su di sé il peccato del mondo. Nel susseguirsi degli eventi che Egli visse, il male e il peccato gli si scatenarono contro, portandolo fino alla morte, finché con la Resurrezione la vittoria finale sulla morte fu la sua. La “Passione” è caratterizzata da grande drammaticità: il tradimento di Giuda, che lo consegnò ai sommi sacerdoti con un bacio, dopo che Gesù, avendo avuto la visione della sua prossima fine, sudò sangue, ma accettò la volontà del Padre; l’arresto dei soldati; l’interrogatorio di Anna, ex sommo sacerdote ; il giudizio del Sinedrio; l’incontro col governatore romano Ponzio Pilato, perché accusato di essersi proclamato re dei Giudei, comportamento di lesa maestà verso l’imperatore romano; la condanna a morte per crocifissione; la flagellazione; l’essere schernito con una corona di spine, infine il patibolo sul Golgota. Una straziante via Crucis che si concluse con la morte di Nostro Signore e la deposizione seguita dalla sepoltura del suo corpo mortale in una tomba, avvolto in un candido lenzuolo. Poi, la tomba scavata nella roccia venne chiusa con una grossa pietra. Gesù, con la sofferenza e la sua morte, ha voluto prendere su di sé ogni genere di dolori dell’intera umanità. Ha voluto indicare che la sofferenza è un male necessario, perché è già nella storia di ogni singolo uomo, come lo è la morte del corpo, come conseguenza del peccato, ma essa può essere trasformata in una luce di speranza, di compartecipazione con le sofferenze degli altri nostri fratelli, che condividono con noi, ognuno nella sua breve o lunga vita terrena, il cammino verso la patria celeste.1000009376.jpg
 
SABATO SANTO
Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, del raccoglimento, della meditazione per Gesù che giace nel sepolcro; solo dopo verrà la gioia della Domenica di Pasqua con la sua Resurrezione, ma il sabato vi è il silenzio del riposo della morte. Anche i Vangeli tacciono: il racconto della Passione di Gesù si ferma alla sera del venerdì, all’apparire delle prime luci del sabato e riprende il terzo giorno. Il Sabato Santo è l’unico giorno senza celebrazione eucaristica: tacciono le campane, nessuna candela accesa nelle chiese spoglie, nessun canto. Anche la preghiera si fa silenziosa ed è carica di attesa: attesa di ciò che cambierà ogni cosa, ogni storia. Il Signore è morto nella carne ed è disceso nel Regno degli Inferi e con la sua morte ha distrutto la morte stessa in un mirabile combattimento. Così il Sabato Santo è un tempo capace di germinare la vita, cioè è un crescere del tempo verso il trionfo della vita nuova: il suo silenzio è un tempo carico di energie e di vita. Il Sabato Santo, Dio sembra assente, il dolore appare senza senso e Lui, dov’è? Sabato Santo è anche per chi nel suo cammino di fede incontra le tenebre, vede vacillare la propria fede, non riesce a nutrire speranza. Appare giorno privo di sensibilità, in cui la fiducia svanisce… ma, è bene vederlo come un tempo in cui il disfacimento del nostro essere esteriore fa spazio alla crescita del nostro uomo interiore… allora, ognuno potrà dire del suo Sabato Santo: “Dio veramente era qui accanto a me, ma io non lo sapevo!” (Gen 28,16). L’aurora della Pasqua segue sempre il Sabato Santo!

Ispirato a un testo di E. Bianchi1000009436.jpg
 
PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE
La Chiesa, al suono festante delle campane, proclama l’annuncio pasquale: Cristo è risorto, Egli vive al di là della morte, è il Signore dei vivi e dei morti. In quella che risulta essere, nella storia, la “notte più chiara del giorno”, la Parola onnipotente di Dio, Creatore di cieli e terra, che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, chiama a una vita immortale l”’uomo nuovo”, Gesù di Nazareth. Pasqua è annuncio della risurrezione, della vita che non sarà distrutta. Gli Apostoli hanno il compito di testimoniare che Cristo è vivo e la Chiesa, nata dalla Pasqua di Cristo, lo testimonia a ogni generazione. Questa vita nuova è tutta da costruire nell’oggi in modo nuovo: Pasqua è oggi, è ogni giorno dell’esistenza umana e cristiana. E’ compito dei cristiani testimoniare che la vita può essere più ricca, più gioiosa, più piena, se vissuta come insegnato dal mistero pasquale, cioè che essa passa attraverso la morte soltanto per risorgere. Ogni volta che il male è vinto, ogni volta che un gesto di amicizia rivela a un fratello l’amore del Padre, ogni volta che compiamo un sacrificio per il fratello, ogni volta che aiutiamo gli altri a vivere una gioia, realizziamo la Pasqua. Si afferma quel “mondo nuovo” nel quale la “gloria della risurrezione” sarà pienamente realizzata. Il Signore ci invita a uscire dalle ricchezze e dagli egoismi personali; a uscire dal peccato che avvelena il cuore; a uscire e ad allargare la cerchia degli interessi, facendo della nostra vita un servizio d’amore. Il Signore ci invita ad andare verso la novità del Cristo, a seguire la strada del Vangelo, seminando gioia, annunciando che Cristo è vivo e risorto. La vita sarà, allora, un canto di “Alleluia!”.

Ispirato a un testo di M. Magrassi1000009490.jpg
 

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